lunedì 25 febbraio 2013

Il Baule di Bliblila VI°

Mi accorgo con stupore che il Baule è rimasto chiuso quasi un anno!
Eppure di libri, vecchi e nuovi, tra le mie mani ne sono passati davvero tanti e, con essi, tante idee e voglia di raccontarveli.
Va bene.
Rimedio subito.

Dal Baule di Bliblila (un pò impolverato) ho ripescato un libro che ha sempre avuto su di me un fascino irresistibile.
Riguardandolo e sfiorandolo con le punta delle dita, ho risentito quell'emozione fatta di magia, sogno e nostalgia provata da bambina. Quella sottile eccitazione che ti avvolge quando sai di stare per fare un salto in un'altra dimensione, in un'avventura incredibile.

I RACCONTI DELL'ARCOBALENO
di Anne-Marie Dalmais - A. Mondadori ed., 1985, ill. di Violayne Hulné, pp. 152


Ero piccola quando mia madre tornò a casa con un regalo per me; avrò avuto sei anni.
Forse ero anche influenzata, non ricordo con precisione.
Ricordo però il contenuto di quel regalo: un libro.
In effetti molti dei miei libri sono stati “doni di consolazione” nei periodi di febbri e malattie infantili. Amici di cuscino e di convalescenza, ottimi compagni nel combattere la noia e la solitudine. Perfetta distrazione.
Il libro in questione mi sembrò subito bellissimo, grande, spesso, con quella copertina rigida e dalla lieve plastificazione zigrinata. Una copertina ricca, magica, colorata.
Facevo correre le dita sull’immagine stampata e sentivo i rilievi della criniera del cavallo e della sciarpa dai mille colori di una bellissima fanciulla che, come avrei poco dopo scoperto, altro non era che la protagonista della storia.
 

Il titolo mi affascinava ulteriormente: I Racconti dell’Arcobaleno.
E quella sciarpa dalle righe multicolori sottolineava la mia curiosità e l’attrazione verso quella misteriosa fanciulla.


Altri elementi contribuirono a enfatizzare queste emozioni e il mio affetto per questo libro.
Il primo fu il ruolo di mediazione che il libro ebbe nel rapporto con mia madre.
Forse per la mia età, o forse per l’influenza, mia madre decise di leggermi, ogni sera, un pezzetto di quella storia. Si sedeva accanto a me e raccontava, mentre io scorrevo i lunghi testi incorniciati e rotolavo, grazie alle illustrazioni, in mondi lontani.
Ogni volta che guardo il libro, penso a mia madre e alla sensazione di protezione di allora.
 
 
Il secondo elemento, parte integrante della storia, sono i fiori.
Ma faccio un passo indietro.
Pur intitolandosi I racconti dell’arcobaleno, il libro è un vero e proprio romanzo (breve).
Ognuno dei nove capitoli è un racconto, un episodio, uno step dell’avventura vissuta dai due protagonisti. 
 
  

Ambientata in un paese mediorientale (non meglio identificato), in un palazzo di marmo rosa nel bel mezzo del deserto, la vicenda inizia presentandoci la principessa Iride (quale nome più azzeccato), unica figlia femmina di un “feroce sultano” sempre in guerra.
La fanciulla, vegliata dalla fedele nutrice e dalla zia materna, trascorre il tempo imparando a ricamare, a suonare e a passeggiare, adornata dalla sua inseparabile sciarpa multicolore, nei meravigliosi e sontuosi giardini ricchi di fontane ma privi… di fiori.
 
 
Un giorno giunge a palazzo un bellissimo giovane, vittima di un naufragio, che rivela d’essere un principe d’Occidente: Artù di Millefiori.
Inutile dire che i due giovani si innamorano subito uno dell’altro.
Artù decide di chiedere la mano della bella Iride al Sultano che, non concorde ma rispettoso di un qual certo galateo, decide di sottoporre il principe a prove impossibili che, se superate, lo vedranno premiato secondo suo desiderio.
La sfida consiste nel recuperare sette fiori, ognuno di uno dei sette colori dell’arcobaleno (e della sciarpa della principessa); portarli vivi a Palazzo in modo da adornare e completare il giardino.
Da qui comincia l’incredibile avventura di Artù che, in ogni episodio, parte da palazzo, attraversa terre lontane, si confronta con situazioni diverse, affronta pericoli, incontra amici e nemici, in un viaggio che pare interminabile.
 
 
 
Talvolta aiutato da espedienti magici, supera faticosamente tutte le difficoltà del lungo cammino, portando alla bella Iride i fiori tanto desiderati: la Viola, la Campanula, il Fiordaliso, il Tulipano verde, il Ranuncolo, il Nasturzio e il Papavero.
Un fiore per ogni colore, viola, indaco, blu, verde, giallo, arancio, rosso, fino a formare… l’arcobaleno.
 
 
Una storia dall’impianto classico.
Due giovani, l’amore, l’ostacolo e la sfida, le prove da superare, la magia…
Potrei rintracciare mille percorsi interessanti in questo racconto, uno su tutti il tema dell'incontro, dell’amore e dell'attrazione (quasi fatale) tra due mondi “diversi”, l’Oriente e l’Occidente; il tentativo di separazione dal cattivo di turno e la lieta unione e completezza finale dei due universi.
Iride, l’insieme dei colori, e Artù di Millefiori, portatore di ciò che al deserto manca.
 
 
 
Ma torno alle mie memorie di bambina.
I fiori.
Due di questi fiori, in particolare, mi rimasero impressi.
Forse per il nome difficile, forse perché non li conoscevo, ma ancora adesso mi porto dietro un’analoga sensazione di mistero e fascino quando li sento nominare o li incontro: il Ranuncolo e il Nasturzio.
 

Ogni capitolo porta il nome e l’immagine di uno dei sette fiori che Artù recupera nel suo viaggio.

Il legame tra il fiore e i colori della sciarpa di Iride mi entusiasmava; così come mi divertiva ricercare, in ogni illustrazione, la bella principessa dalle incantevoli vesti, diverse in ogni episodio ma sempre abbinate all’immancabile velo multicolore.
 
 

La femminilità e la radiosità della protagonista mi allagavano gli occhi. La grazia delle sue movenze mi ammaliava. 


 

Al contrario, ricordo che alcune immagini mi suscitavano un sentimento di ansiosa compartecipazione e preoccupazione quando percepivo che il principe stava per finire nei pasticci.
Illustrazioni in cui la composizione favoriva il contatto (se pur separato) di due spazi, come queste:
 
 
 
La soluzione tanto vicina... incontrava un "muro", un inghippo inevitabile.
Io, come il "cattivo", potevo vedere entrambe le situazioni, ma non potevo in alcun modo avvisare e salvare il mio beniamino!

Con gli occhi di adesso, apprezzo nuovi aspetti.
Per esempio i delicati e bellissimi acquerelli della Hulné: le energiche composizioni delle scene d'azione...

 
 
 
... la ricchezza dei particolari e lo studio realistico della natura...
 

... e di certi luoghi.


(alcuni per noi riconoscibili, no?)

Un'ultima cosa, nel rileggere il libro, mi ha stupito.
Un particolare, di sicuro casuale, a cui mai ho prestato attenzione finora.
Una scena illustrata (in particolare la posa di una delle contadine e gli alberi) ricorda visibilmente quella rappresentata in un enorme quadro che ho appeso in camera fin dall'infanzia.
Coincidenza?


Le quattro stagioni: Estate di Ivan Lackovic Croata (1932)

Ho fatto qualche ricerca per ottenere informazioni sulle due autrici (Anne Marie Dalmais e Violayne Hulné) ma, purtroppo, non ho trovato nulla di significativo e chiaro.
Il libro pare essere invece fuoricatalogo e introvabile (o quasi).
 
Insomma, questo libro me lo terrò stretto stretto.
Assieme al ricordo sensoriale ed emozionale (della "me bambina") dichiaratamente e vivacemente cromatico, floreale e femminile.
E, ovviamente, materno.
 
Buone colorate Letture!
 

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